mercoledì 24 luglio 2013

Control

- di Anton Corbijn (2007)


Questo film ripercorre le vicende dei Joy Division, band musicale del genere post-punk che si esprime sulla scena Inglese di fine anni ’80. In verità, il film si focalizza sulla storia personale del cantante di questo gruppo, Ian Kevin Curtis. La sua vita e la sua arte sono un tutt’uno, la musica è un momento espressivo liberatorio e angosciante allo stesso tempo, perché solo lassù sul palco egli vive e descrive la sua esperienza.

Il forte interesse che suscita questo film deriva dalla complessità che riesce ad intrappolare sulla pellicola. Complessità che si cerca di racchiudere in una sola parola “Control,” la quale deriva da una delle canzoni più note “ She lost control”, scritta da Ian dopo aver assistito sgomento ad una giovane ragazza in preda alle convulsioni causate dall’epilessia, la stessa malattia che affligge il cantante.

La crisi epilettica è un evento clinico transitorio, dovuto a un'improvvisa alterazione dello stato di equilibrio delle membrane neuronali che, attraverso un meccanismo di depolarizzazione, determina una scarica improvvisa, ipersincrona di una popolazione di neuroni. Un attacco epilettico con convulsioni di tutto il corpo è anche detto Grande Male e si distingue da un attacco con sola manifestazione di “assenza” detto Piccolo Male.

In “Disorder” così, Ian Curtis, descrive l’esperienza di una crisi epilettica:

It's getting faster, moving faster now, it's getting out of hand, 

On the tenth floor, down the back stairs, it's a no man's land,
Lights are flashing, cars are crashing, getting frequent now,
I've got the spirit, lose the feeling, let it out somehow

“Sta diventando più veloce, adesso si muove più velocemente,
sta scappando di mano. Al decimo piano, giù per le scale di servizio, è una terra di nessuno.
Le luci stanno abbagliando, le macchine si stanno scontrando, sempre più spesso ora.
Ho raggiunto lo spirito, ho perso le sensazioni, uscite in qualche modo”


Perdere il controllo dunque e cercare di riconquistarlo, rimanendo storditi, impotenti e poi frammentati. Questa sembra essere la natura soggiacente tanto all’esperienza della malattia epilettico-convulsiva quanto alla sua vita, le canzoni descrivono entrambe con le stesse parole che si possono leggere in modo diverso.

Riprendendo un’immagine famosa di Albert Einstein “La vita è come una bicicletta, se vuoi stare in equilibrio devi andare avanti” si può spiegare il concetto di omeostasi, ovvero quell’equilibrio particolare basato non sulla staticità ma sulla dinamicità. Uno scambio continuo tra l’uomo e l’ambiente, tra gli stimoli che ci investono e il controllo del corpo per andare loro incontro. Se questo scambio continuo si sbilancia, e ciò può avvenire sia al livello fisico che a quello psichico, le oscillazioni si fanno sempre più forti fino a fare perdere la sincronia e uccidere il sistema. Così ogni morte può essere descritta come una perdita dell’omeostasi che l’individuo manteneva con il suo ambiente.

Immaginate di pedalare su una bicicletta in una strada ampia, riuscirete ad andare dritti abbastanza tranquillamente. Immaginate ora che la strada si restringa fino ad  una piccola striscia d’asfalto su cui correre e il baratro a destra e a sinistra, le oscillazioni del manubrio possono facilmente farvi precipitare e la paura che ciò accada non può che facilitare la perdita del controllo.

Così Ian descrive la crisi epilettica di lei in “She lost control

“And walked upon the edge of no escape,
And laughed I've lost control.
She's lost control again. 
[…] I could live a little in a wider line,
When the change is gone, when the urge is gone, ..”

E camminò lungo l’orlo del non ritorno,
E rise: Ho perso il controllo.
Lei aveva perso il controllo di nuovo.
[…] Potrei vivere su una linea un poco più larga.
Quando il cambiamento è spacciato, quando l’impulso si è liberato…

Ma cos’è che restringe la  strada nella storia di Ian Curtis? Sono le pressioni sociali, insostenibili che lo portano all’isolamento rendendolo aggressivo verso gli altri e verso se stesso; sono le relazioni amorose che lo frammentano fra sensi di colpa e responsabilità, sono la musica stessa momento espressivo massimo e culmine della fragilità verso le crisi epilettiche.



“When routine bites hard,
And ambitions are low, 
And resentments ride high,
But emotions won't grow,
And we're changing our ways,
Taking different roads

Then love, love will tear us apart again.”

"Quando la routine morde forte,
e le ambizioni sono basse,
e i risentimenti cavalcano alti,
ma le emozioni non cresceranno più
e noi stiamo cambiando i nostri modi di essere,
prendendo strade diverse

Allora l’amore, l’amore ci dilanierà ancora."


Il film è grande in questo: non c’è certezza nell’identificare quali eventi causano altri eventi nella vicenda del protagonista, sebbene gli uni precedano temporalmente gli altri nel corso della vita. Così non sappiamo se sia la malattia neurologica o il malessere psicologico o il disagio sociale alla base di tutto il resto, come causa primaria. Vediamo invece spirali che si autoalimentano nel portare un improvviso quanto fulminante benessere nella prima parte e nella seconda parte conducendolo verso l’abisso, fatale.


Il passato è già parte del mio futuro... e il presente è fuori dal mio controllo”

martedì 12 marzo 2013

Bellezza

Ci avete mai pensato alla bellezza?
Quante volte usiamo la parola bello, la parola bellezza, il superlativo bellissimo? Una moltitudine di volte non numerabile.
Ma cosa intendiamo? Cosa è bello? Cosa è bellezza? Cosa è bellissimo? E così via.
Non è un brano da quarta di copertina, sono reali quesiti che mi pongo, ci poniamo.

C'è un progetto teatrale del teatro Stabile di Torino che si chiama Cerchiamo Bellezza; sono entrato all'interno di questo progetto grazie a una serie di fortunati eventi.
Lungo la strada ho capito che quelle due parole non fossero un titolo, non solo. Le ho incominciate a recepire come una missione.
Per questo mi trovo qui a discutere con voi della bellezza.

Sento che abbiamo più che mai bisogno di bellezza, lo sento dai racconti degli amici, dei conoscenti, dei perfetti sconosciuti. Non di una bellezza vaga e tangibile quanto un ideale etereo; parlo della bellezza che dalle nuvole scende sulla terra e bagna i nostri corpi.
C'è qualcosa nella generazione dei ventenni, trentenni attuali di profondamente spento e di profondamente antitetico alla bellezza. C'è della bellezza corrotta, ci sono desideri ovattati, c'è una supplenza alla bellezza, alla felicità, alla vita che si sta prolungando troppo, e rischia di sostituirsi ai reali concetti. Rischia di diventare un sottovaso ad una pianta che vuole crescere, vuole espandersi.
Ho paura di questa generazione che si sta confezionando in una moltitudine di pacchettini anonimi; ho bisogno di alberi piantati nella terra di un campo, senza margini, senza confini ad ostacolare la crescita, il respiro, lo scambio.

Ho modo di credere che ogni persona cerca bellezza.
Interagite nel sito e nella pagina fb di Cerchiamo Bellezza, lì ognuno è libero di riportare ciò che vuole, di disquisire, di confrontarsi. Questo progetto ha dato una forma e una comunione di sensi ad una ricerca che appare comune.
Interagite qua, in questo blog, che è nato tanto tempo fa proprio per discutere di ciò che non riusciamo pienamente a comprendere e che però sottolinea i gesti di ogni giorno.
Fosse solo la mancata comprensione di certi aspetti della vita penso sarebbero pochi a parlarne, ma ho la percezione che nelle parole, negli sguardi, nei racconti ogni giorno ognuno discuta di questo senso di inquietudine.
Interagiamo anche di persona affinché questa ricerca sia anche costruzione.

Vi ringrazio, in ogni caso.
ZVS

domenica 26 agosto 2012

Quando si è pronti a vivere si muore.

Riprendo un'intuizione già presente in qualche post fa.
Collego esperienze diverse e arrivo a delineare un tema narrativo ricorrente.
Il tema è quello di una persona che compie un percorso di evoluzione o meglio di liberazione da qualcosa che ne costringe la vita, la blocca.. Questa persona, dopo le difficili sfide che deve superare con coraggio, vede la luce, si libera spiccando il volo. La felicità dura però poco perchè un attimo dopo sopraggiunge la morte lasciando esterrefatto l'ascoltatore della narrazione. Chi aveva tifato fino a quel momento per l'eroe viene stroncato proprio all'apice della salita quando la vita avrebbe potuto proseguire per sempre felice.

L'ascoltatore si chiede perché l'autore della narrazione abbia scelto tale tragica fine. Si può pensare che il messaggio sia appunto tragico: ogni sforzo è vano, quando i vinti sembrano potercela fare ecco che la fortuna volta loro le spalle e malignamente ne uccide le speranze.

Oppure si può fare un'altra ipotesi: il compito  vitale della persona è stato compiuto. Esso non è sopravvivere e nemmeno riprodursi, bensì imparare a vivere intensamente, pienamente e a cuore aperto.
Quando si è pronti a vivere quindi, si muore. La vita finisce come in un disegno portato a termine perchè ciò che doveva essere fatto è stato fatto.
La tensione narrativa si spacca come un elastico teso fino all'ultimo centimetro e il terremoto prodotto distrugge la ragione stessa che teneva in vita : il sentimento di mancanza, la ricerca della libertà.
Nessun "e vissero felici e contenti" , ma solo "e morì sul più bello".

Faccio alcuni esempi per rendere più concreta l'idea:


Film "Fantozzi in paradiso" (1993).  A Fantozzi viene diagnosticata una malattia incurabile che lo porterà alla morte entro una settimana. La moglie, pur essendo tenuta all'oscuro, scopre la condanna che pesa sul marito e decide, con un atto d'amore supremo, di spendere i risparmi per fargli un regalo che lo renderà felice almeno una volta nella vita: gli compra un rapporto sessuale completo con la donna che lui ha sempre carnalmente desiderato. Fantozzi dopo aver consumato scopre accidentalmente l'accordo fra la moglie e la signora Silvani, commosso dal gesto d'amore torna da lei dichiarandole la sua stupidità. Tuttavia poco dopo muore non per la malattia erroneamente diagnosticata ma perché al culmine della felicità viene investito da un camion e poi spiaccicato da un rullo compressore.

Fantozzi risolve la prigionia delle passioni facili e si accorge della portata dell'amore che gli ha sempre dedicato la moglie Pina.


Libro/film "Into the wild" Jon Krakauer (1996). Alex Supertramp, non riuscendo a tollerare un senso di inadeguatezza misto a vergogna per appartenere ad  una società materialista e consumista che promuove un mito del successo basato sulla ricchezza di poche persone a scapito dello sfruttamento di tanti, decide di fuggire dalla civiltà. Lo fa ricercando progressivamente l'isolamento sociale, l'allontanamento da qualsiasi rapporto immergendosi contemporaneamente nella natura più selvaggia. Ad un certo punto della sua avventura tuttavia Alex intuisce che non è possibile fare a meno degli altri e appunta sulle pagine del libro "Il dottor Zivago" la frase: " ..la felicità è vera solo se condivisa". Forse pronto per rimettersi sulla strada di casa, per tornare a condividere con le persone care la sua scoperta, Alex, ignaro della tossicità dei semi di una pianta, ne ingerisce una notevole quantità e nel giro di pochi giorni muore.

Supertramp aveva capito l'impossibilità di pensare il singolo isolato dagli altri, nei quali lo stesso singolo trova la sua ragion d'essere, la condivisione.


Nel film "Il Sorpasso" di Dino Risi, (1962), Roberto studente universitario un po' timido e impaurito dalle conseguenze che ogni sua singola azione può avere su di lui e sugli altri, non riesce a sbloccarsi nel corso del primo "road-movie" della storia del cinema. Al termine di un avventuroso viaggio in macchina finalmente sta andando incontro alla ragazza a cui nemmeno osava rivolgere la parola quando, liberatosi dalle inibizioni, intima a Bruno di accelerare. Lo schianto con la Lancia 600 Aurelia risparmia il guidatore ma lascia senza vita Roberto, proprio quando era pronto a prenderla con più leggerezza, osando per incontrare gli altri.




Libro "L'eleganza del riccio" (2006) di Muriel Barbery/ Film "Il riccio"(2009). Una donna schiacciata ed emarginata da una spietata società borghese perbenista, si ritaglia un nascondiglio nella portineria di un palazzo signorile e nel suo lavoro di portinaia. Un nascondiglio fatto di libri grazie ai quali disseta la sua vita di deserti affettivi e sociali. L'incontro con una ragazza speciale e un uomo orientale d'animo generoso la conduce a provare quelle emozioni che solo attraverso la lettura dei classici della letteratura aveva sperimentato. Finalmente pronta all'amore viene investita da un camion della tintoria e muore.

Questo che segue è parte del suo dialogo interiore finale: "Come si decide il valore di una vita? L'importante, mi ha detto un giorno Paloma, non è morire, ma cosa si fa nel momento in cui si muore. Che cosa facevo nel momento della morte? [...] Avevo incontrato l'altro ed ero pronta ad amare."


Questi erano esempi dell'illuminazione in punto di morte, volendo anche del cristiano pentimento in punto di morte, ma non nel senso del pentimento che scaturisce dalla paura di essere giudicati nell'aldilà, bensì a termini invertiti, nella morte che sopraggiunge solo quando il passo verso la vita è stato compiuto.

Ora non vorrei che pensiate che abbia descritto una premonizione certa per coloro che intraprendono una strada di liberazione, ho cercato di descrivere una narrazione che mi sembra ricorrente in alcune opere letterarie e cinematografiche, a parte la vita di Alex Supertramp che era vera.

Cosa ha spinto gli uomini a ripescare ogni tanto questa traccia? L'effetto scioccante che si provoca nel lettore/spettatore? La possibilità di poter evitare la descrizione o anche solo il pensiero dei noiosi anni in cui si vive felici e contenti? Oppure una reale filosofia che vede nella "goccia di splendore" che chiude il cerchio un senso etico e allo stesso tempo estetico dell'esistenza? 

Anche se resta solo una narrazione penso ad una persona che ha tanti anni sulle spalle e che ha passato quasi tutta la vita con il timore e la colpa delle proprie azioni amando allo stesso tempo l'arte, la gioia, le passioni. Una persona che spesso ha desiderato la morte ma che non ancora l'ha incontrata.

Mi chiedo se lei sia una di quelle che ancora non ha scoperto l'infondatezza della paura di vivere e che solo quando la scoprirà potrà serenamente chiudere gli occhi.

martedì 31 luglio 2012

Viaggio in Italia



Imbarazzo.


E' il sentimento che ho provato guardando la città di Torino e le sue montagne dal finestrino dell'aereo che mi riportava a casa.

Imbarazzo per accorgermi di gioire alla vista di quei giganti complessi di cime e valli, per quella distesa di tegole rosse e intonaco bianco con la sola Mole a fare da bandiera.

"Coimbra è più triste nell'ora della dipartita" cantano gli studenti portoghesi quando devono abbandonare l'antica città universitaria alla fine dell'anno accademico.

"Torino è più bella nell'ora del ritorno" canto io dopo 5 mesi di lontananza dalla mia città natale.

Per tutto questo periodo non ho avuto nostalgia del mio quartiere periferico, terra di mezzo tra il centro città, affollato e stimolante, e la provincia, isolata e prossima alla natura; non ho avuto nostalgia dei corsi trafficati, dell'aria pesante per lo smog, dell'afa estiva, del gelo invernale, della movida che si sposta ma è sempre uguale, delle strade ad angolo retto, dei sonnellini in pullman, dei ritrovi sotto casa, dei leghisti infestanti, degli operai che non si vedono mai entrare e uscire dalla Fabbrica.

Eppure al ritorno riconosco, mi emoziono e appunto mi imbarazzo.

E' questo è solo l'inizio perché da lì a poco arrivano tre amici brasiliani a cui desidero mostrare un'Italia fin'ora per loro immaginata, chiacchierata, mitizzata; fin'ora per me attaccata, difesa, distrutta, esaltata, sentita come pesante identità imposta senza il mio consenso.

E allora giù in macchina per un Italia che neanche io ho mai conosciuto: la riviera ligure di levante, la Toscana da Lucca a Siena, l'alto Lazio.

Una parte misera della penisola ma sufficiente a fare sentire l'esistenza, la consistenza di un paese che ogni 50 km cambia modo di parlare, di mangiare, di arrabbiarsi, di insultare e di cantare.

Un paese che con rinnovato imbarazzo mi viene da chiamare meraviglioso..

L'Italia, gli Italiani, persone accomunate da cosa ? Dall'abitare su un suolo unificato da soli 150 anni? Dalla lingua ? Imposta e parlata da tutti da soli 50 anni e convivente con tanti dialetti. Dalla religione? Direi di no, nonostante il Vaticano. Dalle abitudini culinarie ? Nemmeno. Da cosa?

Forse è solo una questione di design: poteva forse lo stivale non stare tutto unito? 
Oppure è un sentimento che è stato coltivato nella popolazione di questo territorio e che, piano piano, da volontà di essere è diventato essere a tutti gli effetti .. seppur con mille dubbi, resistenze e tentativi di dividere il tutto.

Qualcosa è successo, qualche essenza italiana esiste perché l'ho sentita!
So che questo non è sufficiente, so che vivere fuori, essere quindi portatore di minoranza, fa marcare e enfatizzare i tratti della propria identità. Tuttavia.. esiste. E' una fede basata sui sensi.

E allora mi piace sorvolare su questo paese come qualche tempo fa in un documentario sugli anni di piombo, avevo visto fare sulla mia città. L'avevo sentita tutta giunta e mia. 
Persone formiche che si spostano, si incrociano, si scambiano merci e idee, si relazionano in maniera libera o predefinita; un caos complesso che sembra avere un ordine solo se preso tutto insieme, dall'alto. 

E se sorvolo la penisola vedo gli 8000 comuni italiani in cui in questo esatto momento si sta facendo qualcosa.

Qualche cuoco prepara piatti regionali, qualche proprietario di campeggio accoglie turisti tedeschi, qualche cameriere serve la pasta in una piazza pittoresca, qualche pescatore aggiusta le reti, qualche anziana tenta di raccogliere i fichi maturi con un lungo bastone, qualche nonna guarda da sola in casa la televisione e aspetta il ritorno dei nipoti.

8000 comuni e chissà quante piazze, pieni di bar, pieni di tavoli, pieni di italiani che parlano toscano, ligure, napoletano... pieni di discorsi sul cibo, sul paesaggio, sull'aria fresca.

Vedo le città come perle di una collana unite dal filo che sono le strade di romana eredità: l'Aurelia, la Cassia, la Salaria, la Tiburtina..

Un borgo, un campo, un altro borgo un altro campo.

Dentro e fuori dal borgo.
Dentro e fuori dal campo.

Per chi torna, per chi si è messo in movimento tutto questo appare fermo di quell'immobilità che dà sicurezza perché si ritrova costante ogni volta che si torna a vedere.

E attorno ci possono essere governi, crisi, scioperi, mafie, l'Europa unita, il caro benzina ma tutto quella complessità quell'essenza resta lì, radicata nei borghi, nelle strade, nei campi coltivati che non sono solo contenitori ma eredità manufatta che imprime forma a chi ne abita lo spazio e che continua a costruirla..

Che io lo voglia o no, per fortuna o purtroppo, io appartengo.

Fino a ieri il concetto di appartenenza era un cerchio tracciato attorno a me, il cui raggio poteva aumentare all'infinito includendo l'universo tutto o restringersi fino a circondare solo il mio "piccolo" ego.

Oggi la penso ancora così con la differenza che trovo qualche cerchia più fondata delle altre, più soggettivamente importante.
Potrebbe essere comunque un'illusione ma un desiderio è cresciuto in me: quello di appropriarmi di questa appartenenza, conoscere tutto ciò che mi si attribuisce in quanto italiano che sia a torto o a ragione. 

Voglio mettere tutti i borghi in fila fino ad arrivare a Roma per provare la vertigine di trovarsi in un centro di gravità la cui storia umana si perde nei secoli.

Voglio passeggiare sulle cime di frontiera e toccare gli spigoli costieri oltre i quali qualcosa, anche se non so bene cosa, non è più lo stesso.


venerdì 22 giugno 2012

alla ricerca del tempo perduto_parte seconda


"Non si riceve la saggezza, bisogna scoprirla da sé, dopo un tragitto che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché essa è una visuale sulle cose"
Marcel Proust,  “Alla ricerca del tempo perduto

Mi pare siano trascorsi pochi giorni da quando ho postato il precedente intervento. Poche settimane da quando un guanto venne sputato dal convoglio Txxxxx-Fxxxx come un simpatico arrivederci.
Sono passati cinque mesi, cinque lunghi mesi.
Ho avuto modo di scoprire la tua Isola Che Non C’è, venendo là dove sei ora e godendo della tua lieta accoglienza.
Ho colto non sia stata la tua Neverland, a tratti quasi è parso sia stato nulla.
Ma sono certo che così non è.
È stato un pezzo, un pezzo di vita. Fondamentale nella sua altalena di esperienze utili e futili. Sì. Ritengo sia stata fondamentale per te anche se tu puoi avere idea del tutto differente.
Ma dell’esperienza, delle aspettative, di ciò che si è incontrato ne parleremo a tempo debito. Un tempo distante da oggi.

Con il presente è bene dare un’idea di quello che per me è stata Fxxx; la Fxxx oggettiva, fatta di campagne ed edifici moderni, la tua Fxxx, fatta di amici, delusioni e ricchezze nascoste e la mia Faro, fatta di qualcosa che devo ancora decifrare.
Non è stata una vacanza, ma un viaggio, così come ha detto il mio compare.
Una vacanza è differente, è un’altra cosa. Non volevo una vacanza, volevo un viaggio… Un’esperienza. E l’ho trovata.
Forse è iniziata come vacanza ma poi è divenuta quel viaggio che desideravo.
Cambiare realtà, vederne una nuova, lontana e vedere la tua, ormai apparentemente consolidata, ha suscitato nella testa un vortice di pensieri. Cercavo di interpretarli singolarmente ma sarebbe stato come cercare di carpire un fiore in un uragano.
Poi il vento è venuto meno e la lettura si è fatta più chiara.
Una lettura fatta di necessità,  le mie necessità. Un po’ di ossigeno che rincorrevo da tempo e non pensavo di respirare sott’acqua. Mi sono immerso e ho riscoperto nuove cose.
Ho scoperto di quanto mi  manca la vita. Di quanto la routine mi porti via i pensieri, quelli belli che il vento di dove sono stato mi ha riportato come se attendesse di consegnarmeli da tempo.
Il sole oltre quell’oceano mi ha ricordato di vivere, al di là di tutto.
Quei colori mi hanno ricordato la vita e la morte. Di come un giorno tutto andrà via, di come io non sia altro che un sassolino che dal selciato vola sulla spiaggia e da questa alla battigia e di come qua l’acqua dissolve tutto e quel chicco sarà nuovo sale che evaporato sarà il respiro di qualche altra creatura.
Ho scoperto tanto e alcune cose mi fanno vedere la vita con occhi diversi e propositivi, altre mi danno conferma di tanti aspetti, non ultimi appartenenti alla mia persona.
Il vento è ancora forte, si poserà più avanti e io leggerò in modo nitido tutto ciò che l’acqua, il vento, il sole, la corrente, i sorrisi, i pensieri, i sentimenti, le amicizie, le pacche, i bronci, i litigi, i desideri, le delusioni, l’inarrivabile, la sorpresa, le persone hanno voluto raccontarmi in questi giorni.
È stato un bel viaggio.
Ti ringrazio di tutto, spero che la strada del mio viaggio si sia assestata con la tua. Forse non l’ha fatto subito, ma son dell’idea volesse solo aspettare.

E per quanto riguarda te, sappi che ti aspetta un altro viaggio.
Si pensa che il ritorno sia la conclusione di un tragitto ma è solo un nuovo percorso che non torna indietro e va sempre avanti.

Grazie.
ZVS

mercoledì 1 febbraio 2012

alla ricerca del tempo perduto

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”
                                               Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto
Non è solo una frase, è un augurio.
Consapevole che chi legge questo messaggio sa che talvolta per avere nuovi occhi bisogna cercare nuove terre.
È la tua occasione non per scoprire un mondo nuovo, semplicemente per respirare un attimo fuori da quell’acqua che si è fatta troppo densa e pesante.
La routine del giorno è il petrolio che galleggia sopra e intorno. Quel mare si pulirà da solo, prima o dopo. Ma per capire come è l’acqua cristallina, quella di un tempo è indispensabile cercare una nuova sorgente. Sconosciuta.
La scoperta del nuovo deriva dalla scoperta dell’ignoto.
Di certo non è l’ignoto puro la direzione che a breve intraprenderai ma ne raccoglie una buona dose.
Che il viaggio, la scoperta siano la ricchezza che ti vedrà rientrare. Un bagaglio fatto di un sapore che da tempo desideravi assaggiare.
Cogli la scoperta senza eccedere, senza nausearti. Solo così sarà un ricordo puro e delizioso. Autentico.
Vivi la tua scoperta. Attenderò per ascoltarla.

sabato 7 gennaio 2012

Delete. Your. Certainty.

E' curioso come ogni certezza equivalga infine alla nostra volontà di crearla. La nostra realtà si esprime in un gomitolo di intenzioni che vogliono dare sicurezza a persone insicure quali siamo.
Il mondo si riduce ad essere suddiviso così in due tipologie di persone: coloro che non posseggono alcuna certezza e coloro che ne posseggono.
Ambedue riconducibili ad un tipo di genti: quello senza certezza perché invero la seconda opzione poco prima citata non è altro che uno status quo acquisito artificiosamente.
Non si possono avere certezze, nulla è certo. Tutto è dubbio. Viviamo per questo e di questo.